“O riscopriamo il cristianesimo contemporaneo come martirio oppure lo riduciamo ad una semplice aggiunta alla nostra vita”. Così mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, commenta il Motu proprio di Papa Francesco “Maiorem hac dilectionem”. Intervistato dal settimanale dell’arcidiocesi di Gorizia, “Voce Isontina, mons. Paglia esprime, innanzitutto, la propria gioia per il documento papale anche perché, sottolinea, “ne sono stato in qualche modo coinvolto come postulatore della Causa di beatificazione di mons. Oscar Arnufo Romero”. “L’arcivescovo di El Salvador, infatti, – prosegue – non è stato ucciso da persecutori atei affinché rinnegasse la fede nella Trinità: è stato assassinato da cristiani perché voleva che il Vangelo fosse vissuto nella sua profonda intuizione di dono della vita. E questo è un aspetto già emerso in passato nel cammino che ha portato alla beatificazione di padre Massimiliano Kolbe e di don Pino Puglisi e che ora si ripresenta in quella di monsignor Romero”. E per far comprendere ancora più profondamente il significato del Motu proprio, mons. Paglia ricorda alcuni passi di un’omelia che proprio mons. Romero pronunciò durante il funerale di un sacerdote ucciso dagli squadroni della morte.
“Il Concilio Vaticano II chiede a tutti i cristiani oggi, per la situazione in cui ci troviamo a vivere, di essere martiri ossia di dare la vita per il Signore e per gli altri. Ad alcuni il Signore chiede la vita fino all’effusione del sangue ma a tutti chiede di dare la vita per gli altri. Una mamma che concepisce un figlio, lo tiene nel suo grembo, lo fa nascere, lo custodisce, lo allatta e lo preserva dalle malattie è una martire perché sta donando la vita”. “In questo senso – conclude mons. Paglia – riscoprire il martirio come dono della vita significa comprenderne appieno il significato in tutta la sua forza. Anche oggi”.
mercoledì 12 luglio 2017
giovedì 30 marzo 2017
Opposition to Óscar Romero's canonization was ‘political
Archbishop Vincenzo Paglia, the president of the Pontifical Academy for Life and the postulator for the cause of Blessed Óscar Romero, experienced firsthand pushback against the archbishop’s canonization. The delay was political and “like a dagger in my heart,” he told James Martin, S.J., in a video interview with America.
"His beatification was the result of a great struggle," said Archbishop Paglia, who was wearing Archbishop Romero’s pectoral cross during the interview. "There were many in Rome, including some cardinals, who did not want to see him beatified. They said that he had been killed for political reasons, not religious ones. I studied this question, I did a great deal of work. For example, I examined his personal archives, which comprise some 70,000 documents. What emerged was a man devoted to his people. He wanted to free them from oppression. He wanted to bring to them the compassion of Jesus."
This resistance to Romero's beatification had personal implications for Archbishop Paglia.
“I even received threats when I took on this task. But I believed that the example of Romero was so extraordinary, so evident. In him, the Gospel message is summed up in an extraordinary way. Romero did not live for himself but for his people, like Jesus. This witness is so clear that in a globalized world it can touch the hearts of millions and millions of individuals. And if we want to change the world, we have to change the hearts of the people, just like Romero did.”
Archbishop Paglia also spoke with Father Martin about how Romero became more involved with the struggles of the people of El Salvador after the assassination of Rutilio Grande.
“[Rutilio Grande] was a Jesuit who taught at the university level but chose to live in a small village just so that theology could be spread among the people through him. This presence in the village led to his being murdered; he and two peasants with him. Romero had become archbishop only 17 days earlier and he stayed up all night watching over the body of Grande, his good friend. That night, Romero wrote, he realized that it was his duty to take the place of Rutilio Grande. And in this sense, the martyrdom that Grande suffered before Romero lead Romero to conclude that the evangelical life, the life of a pastor, is worthwhile only if it is spent in the service of others.”
According to Archbishop Paglia, Pope Francis has been crucial in moving Romero’s canonization forward. Though the pope never met Romero, he did meet Grande and has also wanted to push forward his canonization.
“[Pope Francis] wants to have Rutilio Grande’s cause for beatification introduced as well. And as well the two peasants, one a young boy and one an elderly man, who were killed with him,” Archbishop Paglia said.
In addition to speaking about Romero, Archbishop Paglia offered some insights into the interpretation of “Amoris Laetitia,” Pope Francis’ statement on the family
“True indissolubility, the model for all indissolubility, is that which must exist with respect to the church and its children. Marriages can break down, but the relationship of the church with its children must never break down because that indissolubility is the clear sign of God’s love for his children, the God who is able to leave the 99 and look for the one who is lost.”
“Amoris Laetitia” teaches us about discernment as a process within the family, the archbishop said.
“When Pope Francis convoked the synod, he wanted to make it not about doctrine but rather about discernment, and in fact, the second chapter of ‘Amoris Laetitia’ is a discernment about the current situation of families, it is a wise spiritual reflection. In that chapter, Pope Francis talks about the ideal that families are to reach. Actually, he raises the bar to reaching that ideal, he doesn’t lower it, but he points out that to reach the ideal, we have to discern, that is, we have to see families in their concrete situation, and to do that we must accompany them over time.”
Archbishop Paglia also spoke about our current world situation as "a kind of dictatorship of materialism and money."
"For that reason, we need a cultural revolution. Human dignity means making every person, from the youngest to the oldest, from the holiest to the greatest sinner, the center of concern of the church, of politics, of the economy, of culture, of the arts and the trades. All of society is based on human dignity."
Exemplary lives, like that of Romero, remind us about how human dignity is at the center of the church’s mission, he said.
martedì 14 marzo 2017
venerdì 10 marzo 2017
Ecco il miracolo che potrebbe portare Romero sugli altari
Il prossimo 24 marzo saranno 37 anni dall’uccisione di Óscar Arnulfo Romero y Galdámez. L’arcivescovo di San Salvador stava celebrando la Messa nella cappella di un ospedale, quando un uomo gli puntò una pistola e sparò un colpo, fatale. Un’inchiesta delle Nazioni Unite ha poi appurato che si trattava di un sicario di Roberto D’Aubuisson, leader del partito nazionalista Arena e che l’assassinio era stato voluto per le continue denunce delle violenze che vedevano coinvolte milizie paramilitari alle dipendenze dello stesso D’Aubuisson.
Quello di Romero è stato riconosciuto come martirio, assassinio in odium fidei, al termine di un travagliato processo canonico culminato con la beatificazione il 23 maggio 2015 a San Salvador. La notizia che si è diffusa nei giorni scorsi ed è stata confermata dal postulatore della causa di canonizzazione di Romero, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, è che è arrivata a Roma la documentazione su una guarigione inspiegabile, un presunto miracolo che sarebbe avvenuto per intercessione del vescovo beato. E che, se fosse confermato, potrebbe aprirgli in tempi inaspettatamente brevi la strada verso la canonizzazione.
«Si tratta di una donna del Salvador – spiega Paglia – che era alla sua settima gravidanza e che per una gravissima complicanza rischiava di perdere il bambino e di morire lei stessa. I suoi amici hanno pregato il beato Romero e dopo qualche settimana la donna non solo non è morta, ma ha potuto far nascere il bambino. Le cartelle cliniche, a giudizio dei medici, provano un evento straordinario, miracoloso. In base a queste prime indicazioni si è provveduto a istituire un tribunale diocesano perché iniziasse per un esame accurato dell’intera vicenda: esame dei dati e dei testimoni, ovvero la stessa donna, gli amici che avevano pregato per lei, i medici. Il processo si è concluso nei giorni scorsi e gli esiti sono stati inviati alla Congregazione delle cause dei santi, che dovrà a sua volta esaminarli per mano di esperti e teologi». Paglia si augura ovviamente che il tutto possa andare a buon fine e che Romero possa essere riconosciuto come santo. «È importante che si diffonda la sua devozione – dice – proprio perché la sua testimonianza si fa sempre più importante, esemplare, mentre risorgono conflitti in tante parti del Paese, mentre la violenza delle Maras, la gang criminali, sconvolge il Salvador e cresce per altro verso uno spirito di chiusura che porta ad alzare nuovi muri». Spesso viene dimenticato che in Salvador, prosegue Paglia, «ci sono ancora sacche di resistenza per quanto riguarda la memoria di Romero. La sua testimonianza era radicalmente evangelica e chiede di essere compresa in tutta la sua forza. Non a caso il Papa, nel ricevere i vescovi salvadoregni dopo la beatificazione, ha parlato di un martirio anche post mortem, per le opposizioni al suo riconoscimento ».
Intanto procede un’altra causa di beatificazione che rimanda sempre a Romero, quella del suo amico gesuita Rutilio Grande, assassinato il 12 marzo del 1977 insieme a due contadini, mentre si recava nella sua parrocchia per celebrare la Messa. «Il primo a essere contento di questa causa è certamente in Cielo lo stesso Romero – commenta Paglia – che vede questo suo amico, che fu una delle cause del suo impegno radicale per i più poveri, finalmente avviato anche lui verso la beatificazione. Per quello che posso sapere, il postulatore sta andando avanti abbastanza speditamente in processo avviato super martyrium, in odio a quella Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II che concepiva la predicazione del Vangelo incarnato a partire dall’amore per i più poveri».
L’arcivescovo ricorda poi che «ci sono altri casi di guarigioni apparentemente inspiegabili, per l’intercessione di Romero, che sono state segnalate, anche provenienti da Panama. Ovvero il Paese in cui si svolgerà la prossima Giornata mondiale della gioventù proprio sotto l’egida di Romero».
martedì 24 maggio 2016
PRIMER ANIVERSARIO DE LA BEATIFICACIÓN DEL ARZOBISPO OSCAR ARNULFO ROMERO
Basílica de San Bartolomé en la Isla Tiberina, 23 de mayo de 2016
Querido Embajador del Salvador ante la Santa Sede,
Distinguidos Señores Embajadores,
Apreciados amigos y amigas,
Con gran emoción nos encontramos hoy, en torno a este altar para celebrar el aniversario de la beatificación del arzobispo Oscar Arnulfo Romero Gadámez. Es sin duda un aniversario lleno de significado. Por años –para mí y para la comunidad de Sant’Egidio, desde el 1992- nos hemos reunido para celebrar cada año el aniversario de su muerte, pero desde este año los aniversarios son distintos. La Iglesia celebra la beatificación de un hijo suyo que como el Buen Pastor ha dado la vida por sus ovejas.
En esta celebración tengo todavía ante mis ojos el pueblo creyente de San Salvador –casi setecientas mil personas- reunido al rededor del altar para contemplar en el Cielo a su Pastor. Y también recuerdo que en el momento de la lectura de la bula papal se produjo un singular prodigio en el cielo: Un arcoiris de forma circular separaba las nubes y hacía aparecer ante los ojos de todos un espacio azul en el cielo. Escuchando hoy el Evangelio de este día podría decir que se trataba de un hombre rico que entraba por el ojo de una ahuja en el Reino de los Cielos. Podríamos decir que era la confirmación de la santidad discipular de Romero. Su testimonio que había sostenido tantos creyentes en su País ahora se extendía a la Iglesia universal.
Eran bien conocidas los dificultades que se habían puesto al camino de Romero hacia el altar del Cielo, el Papa Francisco ha hablado de un martirio incluso después de la muerte, podríamos decir que la entera vida de Romero hasta el año pasado ha sido toda ella un camino hacia el altar, de la cual una etapa fundamental había sido la Misa inconclusa en el altar del hospitaleto. Hoy la Iglesia nos muestra a uno de esos hijos suyos que han dejado todo, incluso su propia vida, para seguir a Jesús.
Podemos decir que Romero ha caminado progresivamente hacia la santidad del altar. No se ha hecho Santo de inmediato. Pero durante toda su vida se ha esforzado en seguir al Señor; ha intentado observar todos sus mandamientos y cada vez que Jesús le iba hablando Romero escuchaba sus palabras y crecía en la obediencia al Evangelio y en el amor por sus hermanos, hasta que ha llegado la última petición: “vende todo lo que tienes y donalo a los pobres”; y Romero –particularmente desde la muerte del Padre Rutilio Grande- ha vendido todo, o mejor dicho ha gastado toda su vida por los pobres. Este es el gran testimonio que ofrece a la Iglesia de hoy, a la Iglesia del Papa Francisco.
Queridos amigos embajadores, permítanme decirles que en realidad somos nosotros quienes hoy tenemos un tesoro en el Cielo. El Papa Francisco tiene en el beato Romero de verdad un tesoro en el Cielo, un protector de su misión de una Iglesia que sea toda ella misionera, de una Iglesia que sea pobre para los pobres.
El tesoro en el Cielo lo tiene también su pueblo salvadoreño que en este tiempo particularmente difícil tiene necesidad no sólo de un ejemplo de cristiano y de pastor, sino también de una ayuda para que se restablezca esa paz que Romero siempre ha buscado y por la cual ha derramado su sangre.
Un tesoro en el Cielo tiene también el basto pueblo latinoamericano. Un hijo suyo, Oscar Arnulfo Romero, que pide a todo el pueblo de América Latina que haga cada vez más evidente la opción preferencial por los pobres que en Medellín tocó particularmente su mente y su corazón. En Romero vemos también a tantos otros testigos de la Iglesia latinoamericana que han dado su vida por los pobres. Son una riqueza para toda la Iglesia y para el mundo, especialmente en este tiempo.
Un tesoro en el Cielo lo tiene también ahora la Iglesia universal. Siempre me ha impresionado la extraordinaria devoción de tantos católicos, de tantos cristianos en tantas partes del mundo por el arzobispo Romero, en razón de su testimonio. Les refiero una experiencia entre tantas que podría referir de hace apenas pocos días. Los miembros de una comisión por la paz de la Iglesia Católica en China me pedía una reliquia del beato Romero porque lo habían elegido como su patrón.
Un tesoro en el Cielo lo tienen también tantos laicos no creyentes que, sin embargo, tienen en el corazón la causa de los últimos. Me ha impresionado en estos días un hombre que ha escrito al Papa Francisco “que no lograba separarse de la cruz de Romero que tenía entre sus manos”.
Hoy Romero es de verdad una estrella en el Cielo de Dios y de los hombres. Lo que parecía imposible para los hombres, para Dios ha sido posible: Un hijo de uno de los países más pequeños del mundo hoy está delante de nosotros como luz en el camino de la paz. ¿ No es impresionante que esta memoria de Romero ocurra en estos días en que en Estambul se reúne el primer vértice humanitario mundial convocado por las Naciones Unidas, que entre otras cosas ya habían designado a Romero en el pasado como defensor de los derechos humanos?
Queridos amigos, nos encontramos aquí en esta Iglesia dedicada a los nuevos mártires de este tiempo, Romero como muchas veces repito, es simbólicamente el primero de esta larga cadena. Que estos testigos que están delante del altar de Dios para interceder por el mundo entero estén también delante de nuestros ojos para contemplarlos y para que aunque con tantas debilidades de nuestra parte intentemos imitarlos. Amén.
sabato 2 aprile 2016
venerdì 4 marzo 2016
Presentazione del documentario di Gianni Beretta e Patrick Soergel
IL RINASCIMENTO – MONSIGNOR ROMERO, IL SUO POPOLO E PAPA FRANCESCO”
Intervento alla presentazione ad Arezzo del documentario di Gianni Beretta e da Patrick Soergel
“La figura di Romero è una figura che sconvolge perché le sue parole sono legate alla vita, una vita che lui ha dato fino in fondo. Quando si è sentito nel film quell’unico colpo che lo ha centrato al cuore mentre stava celebrando al momento dell’offertorio si è avuta davvero l’impressione che l’amore possa arrivare a trafiggere. Era un uomo di Dio ed il film è stato molto emozionante perché ha ripercorso nel modo più vero la sua storia. La figura di Romero deve aiutarci ad affrontare la vita ed il Vangelo con coraggio e io porto al collo la sua croce perché sento ogni giorno questa responsabilità”.
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